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Visualizzazione post con etichetta Il Vaticano e la Lega. Mostra tutti i post
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BORGHEZIO CONTRO TETTAMANZI


TettamanziGIACOMO GALEAZZI
«Tettamanzi sino a ieri non ha fatto sentire una sola parola in difesa dei copti»: così l' europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio, che a Milano ha partecipato a un presidio della comunità cristiana d' Egitto davanti al Duomo di Milano.
«Il cardinale mi ha stupito fino adesso e mi stupirei se anche oggi non facesse sentire la sua voce - ha continuato Borghezio -. Mi vergognerei per lui come cristiano se l'arcivescovo di Milano continuasse il suo silenzio».
Qualche momento di tensione si è verificato in Piazza Duomo a Milano durante il presidio della comunità milanese dei copti d'Egitto. Un membro della comunità ebraica, che indossava la kippah e portava sulle spalle la bandiera di Israele, si è allontanato dalla manifestazione dopo che un gruppo di egiziani lo ha invitato ad andarsene con modi bruschi, probabilmente per il timore che in Egitto il presidio venga accostato a Israele e crei problemi alla comunità. Un'altra parte dei manifestanti ha invece invitato l' uomo a restare, ma lui ha comunque preferito abbandonare il presidio.

Attimi di tensione anche tra l'europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio, e un cittadino milanese che ha difeso il cardinale Tettamanzi, accusato dall'esponente leghista di scarsa vicinanza alla comunità copta.
Anche in questo caso però il vivace scambio di battute si è concluso senza alcun incidente e il cittadino ha lasciato il presidio.


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LA GUERRA LEGHISTA PER L' EGEMONIA CULTURALE

RENZO GUOLO
Repubblica 20 dicembre 2009 

Gli attacchi leghisti a quanti nella Chiesa sono lontani dalle posizioni del Carroccio su temi come immigrazione, islam, libertà religiosa, rivelano un conflitto dal nocciolo duro, difficilmente componibile anche in presenza di retromarce bossiane. Ad esempio, nella dura critica all' arcivescovo di Milano il ministro Calderoli ha affermato che Tettamanzi «con il suo territorio non c' entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia». Al di là dell' inaudito paragone, sono parole che rivelano il vero oggetto del contendere. E che fanno capire perché ormai a Nord, la Lega viva la Chiesa, almeno quella che si oppone apertamente a derive xenofobe e tramonto del solidarismo, con crescente insofferenza. La posta è l' egemonia culturale sul territorio. La Lega è storicamente insediata laddove, in passato, il voto bianco otteneva percentuali altissime: Varesotto, Brianza, Valli bergamasche, Pedemontana veneta. Da qui la necessità, prima per radicarsi, poi per espandersi, di riplasmare in direzione dell' etnicizzazione della religione il senso comune locale. Nel momento in cui fa sentire la sua voce dissonante su temi come immigrazione, pluralismo religioso, discriminazione, la Chiesa, tanto più se autorevole per azione e guida, come quella ambrosiana, storicamente "chiesa di popolo" attenta alla dimensione sociale e caritativa, contrasta palesemente questo progetto. Le sue parole, e soprattutto le sue azioni, cozzano contro quelle di un partito che, abbandonato il folcloristico neopaganesimo delle origini, rilegge la tradizione cristiana in modo del tutto indifferente ai contenuti del Vangelo. Un cristianesimo senza Cristo, degradato a sorta di religione civile padana: ciò che Robert Bellah chiamerebbe il «basso continuo» o «sottofondo religioso» non della nazione ma di un gruppo particolare, in questo caso della comunità immaginaria della Padania. Una religione senza Chiesa, almeno quella postconciliare. Un cristianesimo iperpolitico, in cui la Croce è essenzialmente un' arma identitaria da impugnare conto gli "altri". Un cristianesimo ridotto a cultura locale, privo di dimensione universale. A Nord la Chiesa è percepita dalla Lega come l' unico, reale, concorrente alla sua egemonia. Essa contende al Carroccio un' immagine del territorio e delle relazioni sociali che lo caratterizzano. Contesa che induce la Lega a distinguere tra vescovi "buoni", quelli che "non fanno politica" e quelli "cattivi", che la fanno. Laddove "fare politica" significa esprimere posizioni diverse da quelle "padane". Uno scontro che si nutre di conflittualità quotidiana nei diversi territori in cui Lega e Chiesa sono radicate. Non solo, dunque, nella grande diocesi milanese ma anche nel trevigiano, feudo verde per eccellenza, dove da anni l' intransigentismo leghista mette sotto accusa i cosiddetti "preti rossi", sacerdoti "rei" di vivere pienamente, nella loro pratica, il messaggio evangelico. Una sfida, quella con la Chiesa, che il Carroccio innalza ulteriormente facendosi portatore di una versione, in salsa padana, del cesaropapismo: almeno nella germanica variante medievale in cui si designava persino il candidato all' elezione papale. L' obiettivo delle incessanti critiche leghiste è, infatti, la delegittimazione delle guide episcopali ritenute ostili o non omogenee; e, laddove, si prospettino avvicendamenti, come nel caso milanese - Tettamanzi è dimissionario per i limiti d' età ma in proroga - quello di determinare condizioni ambientali tali che, a essere nominati, siano capi delle diocesi più vicini al "comune sentire del territorio". In ragione di questa duplice dimensione, che ha a che fare con gli orientamenti pastorali ma anche con la supremazia nelle rispettive sfere d' azione, lo scontro tra Chiesa e Lega è, ciclicamente, destinato a riprodursi. Anche se, proprio perché interessato a tutte le dimensioni del potere locale, il Carroccio continuerà a offrire a Sacra Romana Chiesa uno scambio politico a livello nazionale su temi sensibili quali bioetica, famiglia, aborto, perseguendo una linea che alternerà blandizie a epiteti. Per ottenere, a Milano come altrove, la nomina di vescovi graditi, un po' più "padani" o, quantomeno, più silenti. Una prospettiva deleteria per la Chiesa che, in tal caso, vedrebbe svuotata la sacra potestà dei suoi pastori e il senso di parte rilevante del suo messaggio in nome del compromesso con la politica. -


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Se il Carroccio diventa una Lega nazionale

ILVO DIAMANTI
Repubblica 13 dicembre 2009
In questi giorni concitati sembra che, in Italia, esista solo Berlusconi. Impegnato nella sua lotta quotidiana con quanti ce l' hanno con lui. Più o meno tutti, cioè. Persone e istituzioni. Magistrati e alte cariche dello Stato. E alleati che occupano alte cariche dello Stato, come il presidente della Camera Gianfranco Fini. Capo dell' opposizione di centrodestra. Anzi, dell' opposizione. Eppure, oggi più che mai, l' attore politico più importante della maggioranza è la Lega. Le guerre personali e di fazione che agitano il Pdle Berlusconi la rafforzano. D' altronde, il suo peso politico, negli ultimi anni, non ha smesso di crescere. Anzitutto, per motivi elettorali. Ha superato l' 8% dei voti validi alle politiche del 2008e il 10% alle europee del 2009. Tuttavia, nel 1996 - e anche nel 1992 - aveva ottenuto un risultato migliore. Ma allora correva da sola contro tutti. Oggi è al governo. I suoi elettori occupano circa un quarto dell' area di centrodestra, in Italia. Ma oltre il 40% nelle regioni del Nord (al di sopra del Po). Dove, alle elezioni politiche del 2008, si è imposta come primo partito in 800 comuni su circa 4000. Ma il suo peso politico è molto superiore a quello elettorale (come ha lamentato di recente Piero Ignazi sull' Espresso ). Perché, senza la Lega, per Berlusconi, le elezioni diventano un azzardo. Lo ha sperimentato nel 1996. Non ci proverà più. E per evitare tensioni, alle prossime elezioni cederà la presidenza di - almeno - una grande regione del Nord. La forza della Lega riflette, in modo simmetrico, le debolezze del principale partito di maggioranza. Il Pdl.Ei tormenti del suo leader, Silvio Berlusconi. Il Pdl non è ancora un partito. Appare, invece, una somma di elettorati e di gruppi dirigenti, senza un' effettiva identità condivisa. Fin qui, alle elezioni ha raccolto fra 35 e il 37% dei voti validi. Più o meno la somma dei risultati ottenuti dai partiti da cui origina. I quali, tuttavia, continuano a operare divisi, a livello locale. C' è poi il problema della leadership. Certo: Berlusconi è indiscutibile, ma Fini lo discute. Quasi ogni giorno. In fondo: logora il carisma del "capo assoluto". Così Berlusconi è costretto a legarsi sempre di più alla Lega. Compatta: in Parlamento e sul territorio, guida una maggioranza spesso incerta e divisa. Ne costituisce la bussola. Orientata a Nord. Come i ministri-chiave del governo. Leghisti e no. Tremonti e Maroni, anzitutto. Poi Brunetta, Sacconi, Gelmini, Zaia. Scajola. Lo stesso La Russa, politicamente, è milanese. Il Sud. La Sicilia, un tempo bacino elettorale di FI, oggi contesa da altri soggetti regionalisti, è rappresentata - soprattutto e anzitutto - dal ministro Alfano. Impegnatoa tempo pieno nella "guerra" controi magistrati. Accanto al suo leader. La Lega, dunque, garantisce un consenso essenziale al governo e al premier - in ogni occasione e in ogni materia. In cambio del sostegno alle politiche che le interessano maggiormente. A favore del Nord e in tema di sicurezza. Nel frattempo, sta ridimensionando la sua "eccezione", sul piano territoriale e sociale. Alle europee, ha colorato di verde le regioni rosse dell' Italia centrale. Dal punto di vista socio - anagrafico, continua ad attirare i piccoli imprenditori e i lavoratori dipendenti della piccola impresa privata. Ma, fra i suoi elettori, è cresciuta la presenza dei giovani. E, soprattutto, quella delle donne. Fino a 10 anni fa, era un partito maschio e maschilista. Oggi quasi metà del suo elettorato è composto da donne. Insomma, il suo elettore "medio" si è avvicinato alla "media sociale". Da cui si distingue per gli atteggiamenti: perché riassume - enfatizzate - le fobie del nostro tempo. Su queste paure - oltre che sulla radice territoriale- la Lega ha fondato la propria offerta politica, negli ultimi anni. E, al contempo, ha costruito l' identità politica della maggioranza di centrodestra. Più di quanto non abbia fatto lo stesso Berlusconi. Imprigionato in una sorta di autismo, che lo spinge a riproporre se stesso come mito ed esempio. Mito esemplare. L' italiano tipo. La Lega, invece, agita la società, ne ascolta il rumore. E lo amplifica con argomenti espliciti e un linguaggio violento. Con iniziative polemiche dall' intento simbolico ed educativo. È la Lega degli uomini spaventati, che raccoglie le paure e le moltiplica. Capta la xenofobia e la riproduce. È la Lega dei localismi, che intercetta lo spaesamento prodotto dalla globalizzazione. Dalla caduta del Muro e dei muri. Intercetta il distacco dallo Stato, dalle istituzioni, dalla Ue. E lo amplifica. È la Lega dei cattolici senza fede. Sorta nel vuoto prodotto dall' eclissi del sacro - per citare Sabino Acquaviva - e dalla secolarizzazione. Propone una nuova religione. Naturalmente secolarizzata. Senza Dio e senza chiesa. Sovente, contro la Chiesa. D' altra parte, nella sua base elettorale è maggioritaria la presenza dei cattolici non praticanti. Molti dei quali riducono la religione a una cornice del senso comune. Un sistema di valori e di credenze che usa la tradizione per "difendersi" dalla (post) modernità. Il paradosso è che la Lega, in questo modo, si distacca dal suo specifico territoriale. Non ambisce (solo) alla "corona longobarda", come ha suggerito Gad Lerner su Repubblica. Sta, invece, mutando in "Lega Nazionale". Non solo perché il suo elettorato ha superato i confini del Po. Non solo perché è il perno del governo nazionale. Ma perché, con le sue polemiche, le sue politiche, le sue parole sta affermando un' idea di "nazione" piuttosto precisa a un paese dall' identià incerta. Attraverso l' opposizione agli stranieri, agli immigrati, all' Islam. Il distacco fra noi e gli altri. La Lega: rivendica il tricolore e la croce, uniti per dividere. Dagli stranieri. Fa riferimento esplicito al nostro "carattere nazionale". Evoca una "nazione" di individui e di localismi, che chiedono protezione allo Stato, ma ne diffidano. Invocano la tradizione e i suoi principi. Ma vogliono essere liberi da ogni regola. Da ogni limite. Correre felici a 150 all' ora. E oltre. Una Lega veloce. Nazionale. Mentre Berlusconi corre dovunque. Ma, alla fine, è sempre lì. Gira intorno a se stesso. -

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Dio, Padania e famiglia la Realpolitik di Bossi

di Mattia Feltri
“La Stampa” del 5 settembre 2009

Una prova di eccellenti rapporti che caratterizzano il movimento leghista e la Chiesa cattolica», ha scritto ieri in prima pagina La Padania a proposito dell’incontro di giovedì sera fra il presidente delle Cei, Angelo Bagnasco, e i leader autonomisti, Umberto Bossi e Roberto Calderoli. L’esultanza in fondo è stata contenuta, come se nessuno avesse dubitato del successo. «La nostra politica, anche sull’immigrazione, è perfettamente in linea con i valori cristiani», ha detto il capogruppo alla Camera, Roberto Cota. E il presidente della commissione Esteri di Montecitorio, Stefano Stefani, ha aggiunto: «La Lega ha radici cattoliche e ha lottato contro l’impostazione che era stata data in Europa dove nessuno voleva inserire tra i fondamenti le radici cristiane». E poi ha precisato: si è parlato di «legge sul biotestamento» e di «pillola Ru486». Cota e Stefani hanno toccato i due punti centrali: sull’immigrazione le distanze non sono così incolmabili e sui temi etici - quelli non negoziabili, secondo la dizione più in voga - si viaggia d’amore e d’accordo. In Vaticano e nei vescovadi sanno che a proposito di composizione tradizionale della famiglia, matrimoni omosessuali, sistemi procreativi e fine vita, le posizioni leghiste sono le più intransigenti, compatte come non lo sono nemmeno in partiti con espliciti riferimenti confessionali (dove qua e là spuntano cattolici adulti o del dissenso). Magari, come segnala il politologo trevigiano Paolo Feltrin, docente all’Università di Trieste, «la Chiesa trova qualche difficoltà a dialogare con i leghisti perché la classe dirigente del Carroccio è interamente laica, o perlomeno non di formazione cattolica. Per intenderci, nella Lega non c’è un Maurizio Lupi, e nemmeno un convertito come Maurizio Sacconi, con i quali è facile tenere rapporti organici». La cosa, a lungo andare, dice Feltrin, potrebbe creare problemi. Ma intanto, nel suo strano panteismo tradizionalista e conservativo, la Lega è un argine formidabile contro la «deriva relativista», come si dice fra porporati. Insomma, non è una convergenza di sentimenti, ma di interessi sì. «E semmai il rischio è questo: che al Nord si crei una specie di doppio magistero, quello politico della Lega e quello ecclesiastico», dice don Bruno Fasani, ex direttore di Verona Fedele e oggi portavoce della Curia. Resta un dato di fatto, e lo illustra il medesimo Fasani: «La Lega intercetta l’opinione del buon senso comune: la famiglia è costituita da un uomo e una donna che fanno figli, i bambini è bene che siano allevati da un padre e da una madre, la vita finisce quando si muore, non quando si fa morire». E dunque nella provincia settentrionale per i parroci è facile trovare buoni alleati anche soltanto per il piccolo proselitismo quotidiano. Semmai i perentori botta e risposta fra Calderoli e monsignor Antonio Maria Vegliò a proposito di migranti segnala che lì le intese parrebbero precarie. Ma intanto - per quanto sia discutibile fare classifiche - alla Chiesa sembra stare più a cuore l’integrità della famiglia che non i migranti. Poi non si è notato che, giovedì sera, al cospetto di Bagnasco, Bossi ha rilanciato la vecchia idea - un po’ no global, come piace alla Lega - di una tassazione etica sulle transazioni internazionali da destinare ai poveri. E nemmeno si è sottolineata abbastanza la crescita nei cuori padani, a fianco di Alberto da Giussano, della figura di Marco D’Aviano, il frate cappuccino che si oppose all’invasione islamica di Vienna, e per il quale Bossi ha chiesto una fiction alla Rai. Ma tutto questo passa in secondo piano davanti al ragionamento di Feltrin, che invita a guardare la prima pagina del sito del ministero dell’Interno, dove vengono forniti i dati provvisori (dopo un solo giorno e mezzo di lavoro) della sanatoria di colf e badanti: «Al terzo posto ci sono i marocchini. Ora, chi ha una colf o una badante marocchina, alzi la mano». Il ministero di Roberto Maroni prevede di sanare 750 mila posizioni. Potrebbero essere anche di più e in ogni caso, fra sanati e loro familiari, di colpo la popolazione italiana crescerà di circa un milione di abitanti, tutti extracomunitari. «E’ la vecchia teoria del predicare male e razzolare bene. Un classico della Lega. Ed eccone un esempio perfetto», dice Feltrin. Che insiste: «So di molti vescovi del Nord che si vedono a cena con sindaci e amministratori leghisti, stabiliscono strategie comuni, e dal giorno dopo tutti liberi di di fare la propaganda che preferiscono». Daniele Belotti, consigliere regionale della Lombardia, e storico leghista bergamasco (oltre che nipote del vescovo ausiliare di Bergamo, monsignor Lino Belotti, ex responsabile Cei per i migranti), racconta che «fino a non molto tempo fa, tutti i parroci ci erano ostili. Adesso la maggior parte sta con noi. Alcuni ci incoraggiano segretamente, altri pubblicamente. Abbiamo problemi soltanto con i parroci dichiaratamente di sinistra, ma in fondo si collabora con chiunque». E, al di là delle sintesi puramente politiche, don Fasani ricorda che - secondo i rapporti Caritas - le città dove l’integrazione funziona meglio sono proprio Treviso e Verona, dove la medesima Caritas, insieme con altre associazioni cattoliche, le amministrazioni, le questure e le prefetture, compartecipa a organizzare la convivenza: «E, quando dicono messa, i preti sono solitamente così accorti da non entrare nel dettaglio politico, da non urtare sensibilità diffuse». Ciò non toglie che il rapporto, comunque, presenti delle complicazioni. Feltrin ricordava la difficoltà per la Chiesa di avere referenti organici. E aggiunge che, «per la prima volta, la gerarchia ecclesiastica ha a che fare con un partito strano: non sono dei miei, ma il mio popolo li segue. E inoltre non scordiamo che, anche sul versante etico, il discorso della Chiesa ha tendenze universalistiche, quello della Lega ha tendenze localistiche. Come si vede, le ambiguità non sono poche». Ma con un po’ di Realpolitik si supera tutto.


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